Contributo a cura di: Antonio Dattola, Antonella Accardo, Gregorio Gullo e Rocco Zappia
Università Mediterranea degli Studi di Reggio Calabria – Dipartimento di Agraria
Negli ultimi anni, il riscaldamento globale ha smesso di essere una previsione da modellizzare e si è trasformato in un’evidenza concreta nei campi e nei vigneti. Temperature più alte, stagioni sempre più imprevedibili, precipitazioni concentrate in pochi eventi violenti e lunghi periodi di siccità: è questo il nuovo scenario con cui si confrontano gli agroecosistemi, e tra questi, la vite sta mostrando segnali particolarmente evidenti di sofferenza. In aree dove fino a pochi decenni fa il clima rappresentava un punto di forza per la produzione di qualità, oggi si rilevano squilibri crescenti. Le ondate di calore, spesso superiori ai 40 °C, compromettono l’efficienza fotosintetica, portano a una maturazione troppo rapida e disallineata delle uve – tecnologica da un lato, fenolica dall’altro – e causano fenomeni di disidratazione, scottature e squilibri nella composizione del mosto, con impatti diretti sulla qualità enologica.
In queste condizioni, la fisiologia della vite entra in crisi: i tessuti fogliari raggiungono temperature anche superiori ai 48-50 °C, superando la soglia di tolleranza biochimica e perdendo la capacità di dissipare energia, con effetti a cascata sull’accumulo di zuccheri, aromi e composti fenolici. Per affrontare questa nuova realtà, non bastano più piccoli aggiustamenti. È necessario ripensare in profondità l’intero sistema viticolo, partendo da scelte progettuali (portinnesto, forma di allevamento, orientamento dei filari) fino alla gestione agronomica di dettaglio. In questo contesto si inserisce il progetto La vigna del padre, nel corso del quale, sotto la responsabilità dell’Ing. Salvatore Orlando e con la consulenza tecnico-agronomica del dott. Maurizio Agostino, sono stati testati tre prodotti naturali a effetto schermante: caolino, farina di basalto e zeolite.
L’attività di ricerca è stata finanziata nell’ambito del Programma di Sviluppo Rurale Regione Calabria 2014 – 2020. Le prove, condotte in campo, hanno mostrato risultati molto incoraggianti. L’applicazione di questi prodotti sulle porzioni medio-alte della chioma, dove si concentrano le foglie più giovani e traspiranti, ha permesso di ridurre la perdita di acqua per traspirazione, schermare la radiazione solare e abbassare sensibilmente la temperatura dei tessuti vegetali, grazie all’effetto riflettente sul visibile, l’infrarosso e l’ultravioletto. Questo ha avuto un effetto diretto non solo sulla fisiologia della pianta, ma anche sulla qualità e quantità della produzione. I dati raccolti – attraverso parametri ecofisiologici come SPAD, fluorescenza clorofilliana e scambi gassosi – confermano come i trattamenti abbiano contribuito a mantenere più a lungo l’efficienza fotosintetica, riducendo il rischio di fotoinibizione e permettendo alla pianta di gestire meglio il bilancio energetico. Oltre all’attività schermante, il progetto ha previsto anche la realizzazione di campetti sperimentali nell’areale della IGP Palizzi, dove sono stati messi a dimora portinnesti della serie M – noti per la loro tolleranza allo stress idrico e al calore – per valutarne la risposta nel contesto pedoclimatico tipico di quest’area del Sud della Calabria. Questi impianti, una volta concluso il progetto, rappresenteranno un riferimento tecnico-scientifico nell’areale della IGP Palizzi, offrendo a ricercatori e studenti dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria l’opportunità di proseguire attività di osservazione e approfondimento sull’interazione tra materiale genetico e ambiente in condizioni reali.
Questi risultati evidenziano come l’adozione di film protettivi naturali e l’introduzione di nuovo materiale genetico possano rappresentare risposte concrete – economiche, sostenibili e facilmente implementabili – per mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Ma è importante sottolineare che non si tratta di soluzioni isolate: funzionano se inserite in una strategia agronomica integrata, dove gestione della chioma, copertura del suolo, razionalizzazione delle risorse idriche e scelte varietali operano in sinergia.
Fondamentale è stato e continuerà ad essere il contributo delle aziende agricole partner – la Cooperativa Terre Grecaniche di Spropoli, l’Azienda Brancati di Palizzi e l’Azienda Stelitano di Bova – che hanno messo a disposizione i propri vigneti e la propria esperienza per realizzare prove in campo, dimostrando come la collaborazione tra mondo produttivo e ricerca possa essere la chiave per affrontare il cambiamento climatico in modo resiliente e sostenibile.
In sintesi, il lavoro condotto dimostra che la viticoltura del futuro, soprattutto nelle aree mediterranee più esposte, dovrà essere sempre più adattativa, fondata su solide competenze agronomiche e su un approccio tecnico preventivo. Non si può più inseguire l’emergenza, ma bisogna costruire resilienza, vigneto per vigneto, vendemmia dopo vendemmia. Le sfide del climate change sono complesse, ma grazie all’innovazione agronomica e al ritorno a soluzioni naturali, la vite può continuare a esprimere la sua vocazione anche in un clima che cambia.








