contributo di Maria Pia Tucci
«Ho sempre pensato che la resilienza del mondo fosse depositata nella biodiversità».
Ilaria Campisi è un’imprenditrice agricola, calabrese di ritorno e promotrice del progetto Arance in Viaggio.
Ci sono voluti vent’anni, ma il Biondo di Caulonia, questo il nome dell’antica varietà di agrume, si è guadagnato, grazie alla sua custode: il “Premio Economia del Futuro” promosso dal Polo del Gusto e presieduto da Riccardo Illy; il “Premio Prodotto Doc Italy Selection”, riconoscimento per l’eccellenza e la qualità̀; e la XXI edizione Premio Nazionale Reggio Calabria Day.
Ma cosa o chi sono le Arance in Viaggio? Da dove partono e perché sono così importanti per la biodiversità?
«Le Arance in Viaggio si producono a Caulonia, da sempre culla degli agrumi e sono importanti per la biodiversità perché stiamo cercando di specializzarci in frutti rari e antichi e abbiamo già delle varietà autoctone tipo il biondo di spina anche detto di Caulonia o delle Arance sanguinelle antiche. Si chiamano in viaggio perché viaggiano in tutta Europa raggiungendo sia i consumatori finali sia i punti bio o i ristoranti gourmet. Però è anche vero che tramite Arance in Viaggio noi proponiamo un viaggio sensoriale proprio per scoprire tutte le sfaccettature e le sfumature degli agrumi».
Questo nell’agrumeto della tua azienda? Sì, nella parte agrumicola della mia azienda.

Come si sviluppa questo viaggio sensoriale e nello spazio?
«Abbiamo un sito ( https://www.aranceinviaggio.com/ ) dove raccontiamo quello che facciamo ma non è un e-commerce. Il primo contatto, con chiunque volesse acquistare le nostre Arance, deve essere telefonico. Questo ci aiuta a capire il tipo di consumatore, di estimatore. Gli estimatori, questo è il termine che amiamo utilizzare, se sono abituati alle Arance Navel, per esempio, significa che hanno piacere a mangiare delle arance dolci e noi sappiamo dunque che il viaggio delle nostre bionde dovrà attraversare differenti sfumature in tutte le sfumature. L’arancia non è solo dolcezza ma è acidità, è l’aspro, profumi a cui non sempre si è abituati o educati.
Che soddisfazioni dà un tipo di lavoro così, dalla Calabria al mondo, visto che le Arance viaggiano un po’ dappertutto?
Essere riconosciuti da realtà imprenditoriali, per esempio il primo premio Economia del Futuro che mi è stato conferito dal Polo del Gusto presieduto da Riccardo Illy, a Trieste, è stato per me come vincere un Nobel: dall’altra parte dell’Italia si sono accorti che esiste questa piccola azienda agricola che fa un lavoro silenzioso, ma evidentemente dirompente e utile alla salvaguardia delle cultivar.
E poi, i premi sono come le ciliegie e quest’anno abbiamo avuto il premio da parte di Forbes che ci ha citati come una delle 100 eccellenze del 2025. Questo ci fa capire che nonostante per molto tempo ci hanno dato dei “visionari”, perché il Biondo di Caulonia non aveva un mercato, ora addirittura non ci basta quello che produciamo e non basta non solo quello della mia, ma anche di altre aziende. Io presiedo anche la comunità di salvaguardia del Biondo di Caulonia e ho quindi ben chiara la produzione del mio degli altri agrumi antichi.
Questo ci fa capire che siamo sulla strada giusta. Noi abbiamo sempre pensato che la resilienza del mondo fosse depositata nella biodiversità ma ci tengo a sottolineare che questa biodiversità non è solo vegetale ma è anche e soprattutto umana e quindi è proprio un modus vivendi, uno stile di vita che ci fa essere parte del tutto.
Se io arrivassi a Caulonia adesso nella tua azienda che cosa troverei e cosa mi potrei fare per contribuire al lavoro comune?
«In questo periodo stiamo piantando un nuovo agrumeto. Il terreno è tutto composto da vari terrazzamenti con dei muretti a secco che ormai hanno un secolo di vita. Noi pianteremo degli agrumi ma stiamo studiando di fare il primo campo di Caulonia in agroforestazione».
Cosa significa questo?
«Significa mettere anche altre essenze che aiutano e comunicano con gli alberi di agrumi sorreggendosi a vicenda sia da un punto di vista della rete sotterranea, quindi delle loro radici sia da un punto di vista delle chiome. Se per esempio piantiamo degli alberi di alto fusto questi ombreggiano un po’ di più e per gli agrumi e questo è buono, soprattutto per via dei cambiamenti climatici.
Per chi decide di trascorrere un po’ di tempo in agrumeto, il viaggio non può che snodarsi nella nostra storia con una passeggiata nell’agrumeto centenario. Alberi che io non ho voluto potare granché proprio per lasciarli alti maestosi, alcuni raggiungono i 6 metri e anche se è difficile raccogliere e proprio davanti a loro che ti rendi conto che la natura è sacra».








